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Villa Marana (Molinari Pradelli)

Cenni storici ed artistici

Villa Marana è la casa in cui il maestro d’orchestra Francesco Molinari Pradelli (4 luglio 1911-8 agosto 1996), ha scelto di vivere ad un certo punto della sua vita, ed ora passata agli eredi, acquistandola agli inizi degli anni ’70 (meta’ degli anni ‘60 ?) del secolo scorso, e ristrutturandola per accogliere la sua famiglia e la sua collezione di dipinti del Barocco italiano.

IL PERSONAGGIO

Francesco Molinari Pradelli, tra i grandi direttori d’orchestra, debuttò alla Scala nel 1946, lavorò (in 44 anni di carriera) in tutto il mondo con Maria Callas, Luciano Pavarotti, Giuseppe Di Stefano, Montserrat Caballè, Mario del Monaco, Placido Domingo.

Nasce a Bologna e frequenta il Liceo musicale “Gian Battista Martini” sotto la guida di Filippo Ivaldi per il pianoforte e di Cesare Nordio per la direzione d’orchestra. 

Completa la propria formazione musicale a Roma, dove, già alle prime esibizioni, la stampa lo definisce, nel 1938, “direttore di sicuro avvenire” mentre Arturo Toscanini lo segnala come giovane che “ha del talento e farà carriera”. 

A Roma si distingue nella direzione di concerti avendo come solisti Arturo Benedetti Michelangeli e Wilhelm Kempff. 

Negli anni quaranta compare sulle scene a Milano, Pesaro, Trieste, Bologna e Firenze dirigendo in particolare pezzi di Mozart, Beethoven, Brahms, Wagner. 

Ha inizio, con la tournée ungherese del 1949, il successo internazionale che lo porta sul podio dei principali teatri europei e americani con un repertorio di trentatre’ concerti e di ventotto realizzazioni operistiche, dal 1938 al 1982. 

Tra le affermazioni più lusinghiere si ricordano gli spettacoli dell’Arena di Verona: il Guglielmo Tell di Rossini (1965), la Norma di Bellini con la Montserrat Caballé (1974), replicata a Mosca, e inoltre la Carmen di Bizet nel 1961 con cantanti d’eccezione e la Turandot di Puccini in uno spettacolo del 1969 che vide il debutto di Plácido Domingo. 

Non si possono tralasciare le sei stagioni consecutive all’Opera di Vienna e soprattutto i grandi successi nei teatri americani, dapprima a San Francisco poi, dal 1966, al Metropolitan di New York. 

Assidua fu la sua presenza a Firenze per oltre trent’anni, a partire dal 1942, come direttore dell’orchestra del Teatro Comunale con una decina di concerti sinfonici di sicuro successo nei quali ricorrenti furono i nomi di Beethoven, Rossini, Brahms, Caikovskij, Wagner. 

Risale alla stagione 1964-65 la direzione dell’opera verdiana Forza del destino, da tempo nel suo repertorio, mentre data al 1967 il debutto lirico al Maggio Musicale Fiorentino con il moderno recupero di Maria Stuarda di Donizetti, cui seguirono la direzione della Carmen (1968) e Lohengrin (1971).

LA VILLA

Tornando alla Villa essa è una grande dimora di inizio seicento con la struttura tipica delle ville della campagna bolognese: un portico sul fronte, una loggia centrale passante sia al piano terra che al primo piano, alcuni fregi affrescati e una Cappella all’interno con accesso dal portico a sinistra, dedicata ai Re Magi, una ghiacciaia a nord e due cascine coloniche ad est della proprietà.

Di proprieta’ tra il 1859 e 1874 di Giovanni Roversi, passa all’inizio del XX secolo a Clementina Bitelli, e negli anni ‘50 era dei Dall’Era (o Dallera). Dopo il secondo dopoguerra divenne dimora del Maestro.

Nella loggia al pian terreno della villa e’ un fregio decorativo con putti che sostengono le travature del soffitto alternati da medaglioni monocromatici, simili a quelli del casino Malvasia a Trebbo di Reno, opera dell’equipe di Girolamo Curti detto il Dentone, e di Angelo Michele Colonna. I paesaggi invece sono riconducibili a Meneghino dal Brizio.

In un’altra sala si trova quattro scene monocromatiche ispirate alla “Gerusalemme liberata”. Mentre un’altra sala ancora vede affreschi con vasi, medaglioni e busti antichi.

La villa è inserita in un parco di rara bellezza che la circonda. Due grandi prati si aprono davanti e dietro alla villa circondati da un abbraccio di alberi secolari.

Tutta la proprietà è considerata bene storico e artistico di rilevanza culturale.

Nella villa è custodita una delle maggiori raccolte (200 opere) dell’arte italiana barocca del Sei e Settecento, costituita con fine intuito e occhio conoscitore, da Francesco Molinari Pradelli durante i suoi frequenti viaggi di lavoro. 

A partire dagli anni Cinquanta del novecento il maestro ha coltivato una crescente passione per la pittura raccogliendo dapprima dipinti dell’Ottocento, quindi rivolgendosi alla pittura barocca.

Nota a livello internazionale, la raccolta Molinari Pradelli è la più significativa formatasi a Bologna nel Novecento e si segnala, oltre che per la consistenza delle opere e la selezionata qualità, per la specifica connotazione conferitale dal gusto raffinato del celebre direttore d’orchestra e documenta le diverse scuole italiane: emiliana, veneta, napoletana, toscana, con una interessante presenza di bozzetti, che acquistò con intuito straordinario, da autentico conoscitore dell’arte barocca italiana, antesignano del moderno approccio scientifico a questo genere pittorico, privilegiando con acume i dipinti di natura morta, un corpus di opere di eccezionale valore.

La passione per l’arte barocca e’ testimoniata poi dalla quantità di libri e riviste specialistiche presenti nell’abitazione, le fotografie, gli appunti delle ricerche storico-artistiche condotte con la consultazione delle fonti storiografiche, la fitta corrispondenza epistolare e le relazioni con gli storici dell’arte, da Roberto Longhi a Federico Zeri, da Francesco Arcangeli a Carlo Volpe, da Ferdinando Bologna a Marcel Roethlinsberger, da Erich Schleier a Giuliano Briganti e a Mina Gregori.

Prevalenti sono i dipinti di figura della scuola emiliana – con opere di Pietro Faccini, Giovanni Andrea Donducci detto il Mastelletta, Guido Cagnacci, col il celebre “Ratto d’Europa”, Marcantonio Franceschini e soprattutto i fratelli Gandolfi – e di quella napoletana – con dipinti di Luca Giordano, Micco Spadaro, Francesco De Mura, Lorenzo De Caro etc. -, non mancano capolavori di artisti veneti – Palma il Giovane, Alessandro Turchi, Sebastiano Ricci, Giovanni Battista Pittoni -, di artisti liguri e lombardi – Bernardo Strozzi, Bartolomeo Biscaino, Giulio Cesare Procaccini, Carlo Francesco Nuvolone, fra’ Galgario, Giuseppe Bazzani – e di artisti romani quali Gaspard Dughet, Pier Francesco Mola, Lazzaro Baldi, Paolo Monaldi.

A conferire alla collezione, molto precocemente, una notorietà internazionale furono tuttavia i numerosi dipinti di natura morta di artisti come Jacopo Chimenti detto Empoli, Luca Forte, Giuseppe Recco, Cristoforo Munari, Arcangelo Resani, Carlo Magini, segno di un intuito fuori dal comune che fece del noto direttore d’orchestra un autentico conoscitore della pittura barocca italiana, antesignano dei moderni studi sulla natura morta.

Le immagini