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L’età Contemporanea (dal 1900 al 1919)

L'eta contemporanea (secolo XX 1900-1919)

Tra l’Unità d’Italia e l’inizio del Novecento, la popolazione di Castenaso non aveva subito grandi oscillazioni. Nel censimento del 1861 gli abitanti erano 3.903, dieci anni dopo erano 4.198, nel 1881 erano 4.116 e vent’anni dopo erano 4.262.

Il Comune all’inizio del secolo scorso viene così viene descritto nel volume “Provincia di Bologna, collana Geografia dell’Italia”, 1900: “Questo Comune, già appartenente al soppresso IV mandamento di Bologna, venne – per effetto della legge 30 marzo 1890 – aggregato al mandamento di Bologna I. Il territorio del Comune di Castenaso, occupante una superficie censita di 3.363 ettari, si stende ad est di Bologna, nella parte piana della provincia, ed è attraversato dalla strada da Bologna a Budrio, alla quale corre parallela la linea ferroviaria Bologna-Budrio-Portomaggiore. E’ bagnato dall’Idice, scendente dai non lontani contrafforti appenninici, e da numerosi canali a scopo irriguo. Il Comune è assai frazionato. – Castenaso (44 metri sul mare), centro principale del Comune, distante 9 chilometri da Bologna, è una grossa e bella borgata d’oltre 1.400 abitanti, di carattere misto, tra il rurale ed il civile e di aspetto più moderno che antico. Vi si notano parecchi edifizi di buona architettura e nei dintorni non mancano ville signorili, tra le quali la villa che fu del conte e generale polacco Grabinsky, la villa Gozzadini nella frazione di Villanuova ed altre di minor conto. Il territorio di Castenaso, che dal conte Grabinsky già ricordato, nella prima metà del nostro secolo, fu lavorato a colture intensive coi sistemi razionali e perfezionati, è dei più ricchi e produttivi della regione. Vi si raccolgono in quantità cereali d’ogni sorta, foraggi, legumi, canapa. Attiva industria sussidiaria vi è pure l’allevamento del bestiame da stalla e da cortile, e la produzione dei latticini e dei salumi. La lavorazione della canapa greggia e la tessitura casalinga di questa pianta è l’industria più diffusa nel Comune, esercitata generalmente dalle donne nelle veglie iemali (invernali) ed in quegli altri periodi che i minori lavori campestri lo consentono. …….”. (Trascrizione a cura di Lorena Barchetti).

E’ da ricordare che alla morte del conte Giovanni Gozzadini, tutto il patrimonio passò alla figlia, Gozzadina Gozzadini Zucchini, l’ultima discendente, che decise di donare nel 1908, tutti i suoi averi, compresa la villa, all’Amministrazione degli Ospedali di Bologna, per la costruzione dell’ospedale per bambini che porta ancora il suo nome.  Bologna, grazie alla generosità di Gozzadina, aveva ottenuto quello che sarebbe diventato uno dei migliori ospedali pediatrici che esistano in Italia.

Ed ancora sempre nel 1900 l’Annuario d’Italia, che descriveva in dettaglio i Comuni del Regno, dedicava poche righe a questo piccolo centro adagiato sulle rive dell’Idice, evidenziando la coltivazione di “frumento, granturco e canape”, l’esistenza di un ufficio telegrafico e la presenza di una stazione sulla linea ferroviaria locale Bologna-Budrio-Portomaggiore.  Mancava ancora l’illuminazione pubblica elettrica, che sarebbe stata introdotta soltanto nel 1924 nel capoluogo e diversi anni dopo nelle frazioni (a Marano la pubblica illuminazione arrivò dopo il 1932), e le condizioni igieniche degli abitati, privi di pozzi artesiani profondi e di moderne fognature per le acque reflue, erano decisamente precarie.

Nel 1900 a Castenaso vi erano tre classi elementari site nel palazzo comunale, due a Marano, una a Fiesso ed una a Villanova.  Solo a Castenaso le aule erano del comune altrove erano in affitto da privati. Chi voleva frequentare la quarta o la quinta doveva recarsi a Budrio o Bologna. Le medie erano solo a Bologna.

La maggioranza della popolazione era dedita all’agricoltura e all’allevamento e viveva per lo più in case sparse di campagna o in piccoli agglomerati con abitazioni e botteghe. L’azienda agricola era per lo piu’ condotta in economia dove c’era una famiglia di salariati fissi (il bovaro) e i salariati avventizi per i lavori nei campi. L’azienda era condotta dal fattore che si avvaleva di caporali che avevano sotto di loro i capisquadra. Tutto cio’ faceva capo ad un amministratore che riferiva al proprietario che di agricoltura non sapeva nulla. Il commercio degli animali da cortile era lasciato alle donne che col ricavato dovevano provvedere all’acquisto dell’occorrente per rammendare e cucire i vestiti.

C’erano quattro negozi per la vendita di canapa, il mulino dei fratelli Serrazanetti, un panettiere ed un negoziante di stracci. Non vi erano mercati settimanali, ma venditori ambulanti che passavano di cortile in cortile trascinando carretti colmi di merce da vendere. Il carnevale e la fiera di merci e bestiami che si svolgeva ogni anno il 22 luglio rappresentavano i momenti piu’ importanti di svago collettivo. Le feste religiose erano grandi feste popolari: principalmente il 31 gennaio, S. Geminiano a Marano, con grandi pranzi e cene e il 19 marzo S. Giuseppe a Fiesso ove erano distribuite allora come ora le raviole.

Tra i tre fabbri esistenti nel 1900 non figurava ancora Rodolfo Zucchi la cui officina con annessa abitazione sarebbe decollata da li’ a poco. Fu Rodolfo Zucchi, contadino originario di Veduro, l’inventore della pompa irroratrice a carriola e della solforatrice, che tra il 1904 ed il 1927 ottenne numerosi riconoscimenti in Italia ed all’estero, e fondatore della “premiata fabbrica Zucchi Rodolfo e figli”. In quegli anni queste invenzioni furono contese da piu’ parti: Bertolaso Bortolo (1845 – 1927) fondò, nel 1880, l’azienda Bertolaso, oggi leader nella produzione di macchine enologiche. Alcuni affermano come fosse sua l’invenzione della prima solforatrice a spalla, ottenendo nel 1907, il titolo di Cavaliere del lavoro. Invenzioni come quelle di Zucchi sfruttarono e a loro volta favorirono un momento di forte sviluppo dell’agricoltura bolognese, che andò sempre più modernizzandosi.

Nuovi terreni vennero progressivamente strappati alle acque e resi coltivabili, mentre l’azienda agricola migliorò grazie a consistenti investimenti nella meccanizzazione, all’introduzione di concimi chimici ed alla formazione di una nuova borghesia agraria che stava soppiantando i vecchi proprietari terrieri assenteisti. Molto diffusa a Castenaso era la coltivazione del frumento e del granoturco. La parte riservata al seminativo, estesa su campi di forma rettangolare a “baulatura” trasversale (profilo convesso del campo che si realizza sulla superficie del terreno, che prevede la regimazione delle acque in eccesso, senza il ricorso al drenaggio), si alternava alle “piantate”, ovvero a strisce di terreno sulle quali erano allineati, in senso longitudinale, differenti tipi di alberi, che facevano da sostegno alle viti. Piccoli fossi (“scoline”) dividevano i campi e convogliavano le acque in un canale posto a monte delle “capezzagne”: le vie di accesso ai campi.

I fondi di maggiori dimensioni erano condotti in economia attraverso il lavoro stagionale di salariati avventizi, ma il contratto più diffuso era quello di mezzadria. A differenza del bracciante, che non aveva nulla da perdere nelle lotte sindacali, il mezzadro fu più restio ad intraprendere forme collettive di rivendicazione nei confronti del proprietario, che gli garantiva «un livello di vita superiore a quello degli altri lavoratori delle campagne» ma che esercitava su di lui un’ampia influenza, arrivando ad avere persino un diritto di veto sui matrimoni.  Non appare dunque un caso se lo sviluppo del movimento socialista, con tutto il prezioso patrimonio di esperienze solidaristiche e di organizzazione collettiva dei lavoratori, fu piu’ lento qui rispetto ad altri centri, anche limitrofi, della pianura emiliana.

All’inizio del Novecento poi era anche importante la coltivazione della canapa. Caratterizzata da una fibra particolarmente resistente, ideale per i cordami navali, ma anche eccezionalmente morbida e bianchissima, perfetta per le vele», la canapa di Castenaso veniva coltivata da «un vero e proprio esercito di lavoratori», dai gramerini (addetti all’alimentazione della macchina gramolatrice, strumento per spezzare le canne della canapa per estrarne la fibra tessile), ai gargiolai (artigiani ambulanti che si recavano presso le famiglie contadine per realizzare la prima operazione di trasformazione della fibra tessile: il tiglio greggio, cioe’ la pettinatura, con cui si eliminavano le impurità), dai tessitori alle filatrici. Se nel 1887 era attestata la presenza in paese di 20 telai, ognuno dei quali garantiva, in media, 30 giornate di lavoro all’anno, nel 1899 essi erano diventati 380, con una media di 120 giornate lavorative annue.

La coltivazione della canapa era faticosa ed impegnava manodopera giovane e robusta, alle volte superiore a quella che poteva fornire la famiglia mezzadrile; anche per questo motivo il prodotto venne progressivamente sostituito da coltivazioni intensive più redditizie, «mentre nel settore tessile non poté reggere il confronto con la iuta e il cotone, che meglio si adattavano a produzioni industriali». Se all’inizio dell’Ottocento si potevano contare sul territorio di Castenaso un centinaio di maceri “da canapa”, intorno al 1950 la loro funzione era ormai praticamente esaurita. Nella prima metà del ventesimo secolo, una parte di questa manodopera si orientò allora sul lavoro in risaia, presente in comuni come Medicina, dove tante donne castenasesi prestarono la loro opera in condizioni estremamente disagevoli.

Le nuove attivita’ imprenditoriali avevano pero’ bisogno di capitali ecco che cosi’ si assiste al sorgere di nuovi istituti bancari. E’ del 16-02-1902 la fondazione, in forma di cooperativa, prima del comune e ventiseiesima in ordine di tempo, in provincia di Bologna, della Cassa rurale di Depositi e Prestiti di Castenaso, voluta fortemente dalla diocesi dell’Arcivescovo di Bologna Card. Domenico Svampa, nell’ottica della lotta al degrado sociale che imperversava nelle campagne. A promuoverla furono 12 soci, tra i quali don Luigi Pieralli, arciprete di Castenaso dal 1880, per «raccogliere, in un’iniziativa sociale aperta, caratterizzata da una fiducia reciproca di ogni contraente”, coi capifamiglia delle parrocchie del territorio, «perché essi stessi fossero promotori dello sviluppo». Sempre in questo senso, ci si occupò dell’istruzione dei giovani. Le nuove Casse Rurali si dimostrarono solide e capaci di resistere anche alla Prima guerra mondiale.

Nel 1905 o poco dopo il consiglio comunale di Castenaso conta 20 consiglieri. Nel 1907 un gruppo di operai chiede al Sindaco Serrazanetti l’istituzione di una scuola serale a Marano, che pero’ viene rifiutata pretestuosamente. Sempre nel 1907 nasce la prima Casa del Popolo. Negli anni di inizio secolo si aggiungono poi altre cooperative in altri settori: Societa’ anonima cooperativa di lavoro in Castenaso – 1907; Societa’ anonima fra birocciai ed affini di Castenaso -1907; Societa’ anonima coop fra muratori ed affini di Castenaso – 1909; Anonima cooperativa per costruzione ed esercizio di case popolari di Castenaso – 1910; Societa’ anonima cooperativa agricola di Castenaso – 1914.

La Societa’ Anonima fra birocciai ed affini, di ispirazione socialista, costituita il 10 aprile 1907 da 12 fondatori allo scopo «di assumere servizi pubblici e privati per dare occupazione ed assicurare più equa mercede ai propri soci» ebbe come scopo i lavori d’inghiaiamento delle strade comunali. A quell’epoca il paese di Castenaso aveva cominciato un progressivo sviluppo economico, come dimostrano l’aumento del traffico stradale e della corrispondenza. Ogni anno il Comune provvedeva all’«inghiarazione» delle strade, affidando i lavori con trattativa privata a singoli “birocciai” del comune, secondo una logica prettamente clientelare.

Nel 1908 l’interlocutore del Comune divenne invece la Cooperativa, che aprì un vero e proprio braccio di ferro con l’Amministrazione guidata da Michele Serrazanetti. Di fronte alla resistenza della Cooperativa, intenzionata a non cedere sui prezzi, il Comune tentò la strada dell’asta pubblica, che tuttavia andò deserta nonostante «le condizioni dell’appalto fossero piu’ vantaggiose di quelle stabilite per i comuni limitrofi”. La prova di forza, alla fine, venne vinta dalla cooperativa e nel 1909 dando atto del «buon esito» dei lavori dell’anno precedente, il Consiglio comunale deliberò all’unanimita’ di riaffidare ad essa l’inghiaiamento delle strade.

Di esito opposto fu invece il tentativo di ottenere il sostegno comunale da parte della “Società anonima cooperativa per costruzione ed esercizio di case popolari”. Il nuovo sodalizio, che nacque come la Cassa rurale nell’alveo delle iniziative sociali d’ispirazione cattolica, era stato costituito il 10 giugno 1910 da 15 soci, tra i quali il solito don Pieralli ed i possidenti Vincenzo Parmeggiani e Pietro Montanari, rispettivamente assessore supplente e consigliere del Comune. Suo scopo «esclusivo» era quello «di costruire, acquistare e vendere ai soli soci e locare a soci e non soci case popolari». Nel 1914 la cooperativa chiese al consiglio comunale un contributo finanziario per «proseguire ed allargare» la propria attività a favore della popolazione meno abbiente, che reclamava «case decenti ed igieniche» ad un prezzo «conveniente». La domanda venne tuttavia respinta, poiché in Assemblea non si riuscì a raggiungere la maggioranza necessaria stante lo “scontro “ tra consiglieri cattolico/liberali e socialisti.

Alla fine del primo decennio del Novecento quindi, si vedevano gia’ a livello politico quegli scontri tra la parte piu’ (diciamo cosi’) conservatrice cattolico/liberale e quella piu’ innovativa/progressista che sosteneva i lavoratori meno abbienti.

Nel 1909 nacque anche la Società anonima cooperativa fra muratori ed affini di Castenaso, allo scopo “di assumere lavori pubblici e privati per dare occupazione ed assicurare più equa mercede ai propri soci». Nel 1915 alla Cooperativa muratori, che aveva presentato un’offerta giudicata «abbastanza favorevole e vantaggiosa per il Comune» furono affidati i lavori del nuovo fabbricato ad uso sanitario.

In quegli anni d’inizio secolo continuo’ l’emigrazione che vide coinvolta anche Castenaso con partenze soprattutto verso la Germania.

Dal punto di vista politico in tutti i primi 20 anni del secolo Castenaso si affermò come una sorta di “isola conservatrice” circondata dal mare “rosso” del collegio di Budrio. Le tornate politiche del 1900, 1904 e 1905 mandarono in Parlamento tre deputati socialisti: rispettivamente Leonida Bissolati, ancora Bissolati e Pietro Chiesa; ma se dal collegio si scende al Comune di Castenaso, dove nel 1905 si recarono alle urne 278 elettori su 329 iscritti, a trionfare fu il liberale Raimondo Ambrosini, che lasciò ai socialisti appena 68 voti.

A Castenaso, fino alla prima guerra mondiale la vita politica e amministrativa fu dominata dai liberali ed era ancora appannaggio di un’élite chiusa. I castenasesi parevano interessarsi poco della “cosa pubblica”, tanto che nel 1904 il consigliere comunale Francesco Fuzzi, sensibile all’«assenza totale e permanente di pubblico dalla sala» dell’Assemblea, chiese di rendere note le adunate «ai paesani, con qualche segno esteriore, e magari esponendo la bandiera». Fu tuttavia soltanto con l’organizzazione dei movimenti politici di ispirazione popolare che si notò un risveglio di interesse per il Consiglio. L’attività delle sinistre si sviluppò nella località Stellina e nel 1903 prese vita anche il primo circolo socialista, denominato “Il Risveglio”; i cattolici si organizzarono invece nel circolo “garofano Bianco”.

Sindaco per 15 anni fu Michele Serrazanetti, rappresentante di una delle famiglie più in vista del paese. Eletto una prima volta nel 1899, Serrazanetti fu confermato nella carica dal Consiglio comunale il 2 ottobre 1902. Dopo aver declinato in un primo tempo la nomina «per ragioni di salute», Serrazanetti, «circondato dalla stima e benevolenza universale», accettò nuovamente l’incarico e rimase in carica fino alle elezioni del 1914, quando venne sostituito dal colonnello Alfonso Padiglioni.

I primi anni dell’amministrazione Serrazanetti sembrano concentrati su una gestione molto oculata delle spese. In generale, il Comune evitò di assumere direttamente la gestione di servizi pubblici, mentre favorì la libera iniziativa dei privati (salvo poi per finire di finanziare puntualmente, questi ultimi nei momenti di difficolta’). Scarso appare l’interesse per un riequilibrio delle risorse a favore dei ceti meno abbienti della popolazione ed anche per un miglioramento delle precarie condizioni igienico-sanitarie del capoluogo e delle frazioni.

Chi governò Castenaso nel primo quindicennio del secolo fu piu’ interessato ad elevare il proprio prestigio anche oltre i confini comunali (come dimostra l’accoglimento della proposta di contribuire all’erezione di un monumento a Quirico Filopanti, a Budrio), che ad eliminare alla radice i problemi che angustiavano la fascia più debole degli amministrati. Tra questi, uno dei principali fu per lungo tempo quello dell’acqua potabile.

A riequilibrare pero’ queste scelte fu la costruzione di un nuovo edificio scolastico a Marano, con un’iter iniziato nel 1901, in quanto non era giudicato più «conveniente e decoroso pel Comune mantenerle nel locale deficiente ed improprio” nel quale si trovava. Il problema era d’ordine igienico ma anche morale, essendo le aule «a contatto diretto con un gruppo di esercenti, fra i quali un’osteria, che non danno certo conforto a sperare che l’istruzione e l’educazione di quegli alunni possa[no] esercitarsi con serieta’ e profitto”. Il progetto venne redatto nella primavera del 1902 e nel giro di un anno ottenne tutte le necessarie autorizzazioni. L’iter si bloccò tuttavia per le procedure di acquisto del terreno. Il progetto definitivo venne cosi’ approvato dal consiglio comunale soltanto nel settembre del 1904. Il Consiglio decise di assegnare i lavori non con «asta pubblica» ma «a licitazione privata», per dare più facilmente lavoro agli operai del Comune e per ridurre i tempi della procedura. La scuola venne terminata nel 1905 con solo due aule (una maschile ed una femminile) e gli alloggi per maestro, maestra e bidelli.

Emblematica dell’atteggiamento dell’amministrazione liberale è anche la vicenda della farmacia. Il 20 aprile 1900 il Consiglio comunale confermò l’erogazione di un sussidio annuo di 250 lire all’unica farmacia esistente, visto che gli «scarsi guadagni» dell’esercizio condotto da Antonio Ubaldini mettevano a rischio un servizio ritenuto essenziale per il paese. Molti cittadini preferivano infatti fare «provvista» di medicine a Bologna o Granarolo, a causa degli alti prezzi praticati a Castenaso. Per capire se il fenomeno fosse un effetto della posizione di monopolio dell’esercizio oppure, al contrario, una scelta obbligata del farmacista di fronte allo scarso numero di avventori, venne incaricata un’apposita commissione consigliare.

L’anno seguente il farmacista chiese un aumento del sussidio, che venne respinto, nonostante la Commissione incaricata fosse giunta alla conclusione che «la causa principale della “decadenza della farmacia” risiedesse “nell’insufficienza del servizio sanitario, stante l’avanza eta’ dell’unico medico chirurgo condotto” ed ufficiale sanitario. Il medico condotto, da parte sua, si difese inviando una lettera al Consiglio, ma restava il fatto che un territorio di 3.363 ettari e con una popolazione di quasi 4.300 abitanti era servita da un solo dottore, per di più anziano, che doveva essere reperibile sia di giorno che di notte. Nel 1902 la gestione dell’unica farmacia del paese passò di mano. Il nuovo gestore, Orfino Cristofori, che aveva investito una notevole somma di denaro per l’acquisto e l’«abbellimento» dell’esercizio, chiese al Consiglio comunale la conferma del sussidio annuo ed anche un contributo straordinario, che gli fu sempre accordato.

Nel 1903 il comune colloco’ a riposo il medico condotto Taruffi dopo trent’anni di servizio. Per trovare il sostituto di Taruffi venne bandito un concorso assunto sulla base di un nuovo “Capitolato pel medico-chirurgo condotto”. Nello scegliere a larga maggioranza il dott. Augusto Gazzi, i consiglieri comunali si assunsero la responsabilità politica di ignorare una petizione presentata da ben 870 capi famiglia, che chiedevano la nomina del dott. Carlo Bolognesi, da cinque mesi aiutante “con somma soddisfazione dei firmatari”, del titolare uscente. Il prescelto dott. Gazzi fu nominato anche ufficiale sanitario.

Sempre in tema socio-sanitario il passaggio dalla carità a forme più moderne di assistenza apparve procedere piuttosto lentamente a Castenaso. A spingere i Comuni italiani verso un deciso miglioramento del settore dell’assistenza sociale e sanitaria era stata la “Legge Crispi” del 1890, che imponeva la trasformazione degli enti privati che prestavano assistenza ai poveri in “istituzioni pubbliche di beneficenza”, cioe’ in enti pubblici sottoposti a regole minuziose e ad un più stretto controllo statale. La riforma, contrastata dalle gerarchie ecclesiastiche e dalle forze di ispirazione cattolica, che consideravano le sue prescrizioni come un’indebita ingerenza in un settore da loro tradizionalmente dominato, intendeva imporre gestioni piu’ economiche ed efficienti ai ricchi patrimoni amministrati dalle opere pie, attraverso la loro trasformazione o concentrazione nelle congregazioni di carità, i cui membri erano espressione delle maggioranze che amministravano i Comuni, ma che erano sottoposti, in definitiva, al controllo delle autorita’statali centrali e periferiche.

Nel 1902 pero’, la maggioranza clerico-moderata in Consiglio comunale, chiamata ad esprimersi sul concentramento del patrimonio sacro Dondarini, con la Congregazione di Carità di Bologna, votò a maggioranza contro l’annessione dei beni.

A gestire l’assistenza a Castenaso, all’inizio del secolo, erano l’Amministrazione comunale e la Congregazione di Carita’, affiancate da una commissione di beneficenza formata da cinque membri, a ciascuno dei quali era assegnata una frazione, che dovevano segnalare i poveri bisognosi «di soccorsi e sussidi straordinari». Sempre più gravosa divenne la mancanza di strutture adeguate al ricovero di anziani divenuti inabili, che costringeva il Comune ad inviare quelli assistiti negli ospizi di Budrio e San Giovanni in Persiceto, sobbarcandosi le relative spese di spedalità. Gli anziani ricoverati a carico dell’ente pubblico passarono dai sette del 1887 ai 20 del 1927.

Nel 1901 poi l’amministrazione Serrazanetti mise anche ordine al servizio cimiteriale, invertendo una consuetudine che avveniva «da tempo immemorabile», ma che non era più «tollerabile per le vigenti disposizioni della legge sulla polizia mortuaria». Il territorio delle parrocchie di Castenaso non coincideva infatti perfettamente con quello comunale ed accadeva «costantemente» che persone decedute in territorio di Budrio o San Lazzaro venissero tumulate non nei Comuni in cui erano morte, ma nei cimiteri annessi alle chiese parrocchiali castenasesi.

All’inizio del secolo, poi, in mancanza di una pianificazione comunale nei lavori di sistemazione idraulica, erano gli stessi privati ad intervenire, salvo chiedere poi il rimborso all’Amministrazione. Nel 1904 Adele Margotti, proprietaria di un fondo a Fiesso, ottenne dal Comune un contributo di 300 lire per un lavoro di difesa fluviale per alcuni suoi fabbricati sulla strada per Budrio e di beni di proprietà comunale, minacciati dalla corrosione della sponda destra dell’Idice.

L’aumento del traffico rese indispensabile nel 1906 l’allargamento del ponte sull’Idice e l’adozione di un regolamento comunale di polizia stradale, il quale oltre a recepire quanto disposto da un regio decreto dell’anno precedente (R.D. 8 gennaio 1905 n. 24 “Regolamento di polizia stradale e per garantire la libertà della circolazione e la sicurezza del transito sulle strade pubbliche”, che introdusse l’obbligo delle targhe automobilistiche, mentre i limiti di velocità vennero ridotti a 12 km/h nei centri abitati ed elevati a 40 km/h al di fuori), prevedeva anche la sorveglianza e la manutenzione delle strade. A questi interventi si aggiunsero l’acquisto di paracarri da installare negli «svolti più pericolosi» e l’installazione di un «fanale» sul ponte, in prossimità dell’abitazione dell’osteria Minarelli (in sponda destra), che doveva scongiurare il «serio pericolo» rappresentato, nelle ore notturne e con la nebbia, dal transito «continuo» di «voluminosi carichi di foraggio».

Il miglioramento del funzionamento della “macchina comunale” e delle condizioni di lavoro dei dipendenti fu al centro di ripetuti interventi di giunta e Consiglio, come quelli per l’adozione di regolamenti organici rivolti agli impiegati e salariati comunali o come l’istituzione della figura della guardia municipale, che si assommò a quella di messo comunale. Nel 1904 l’unico portalettere del paese, segnalò al Consiglio comunale che la distribuzione a domicilio della posta era aumentata fino a raggiungere «un notevolissimo sviluppo, da non potersi disimpegnare» da una sola persona, priva «di aiuto o di veicolo» e fece presente agli amministratori che da tempo, data anche la sua età non più giovane, si era dovuto dotare di un cavallo e che si faceva aiutare gratuitamente dal figlio Luigi. In considerazione dell’importanza del servizio, che in comuni di analoghe dimensioni veniva svolto da due o tre portalettere, il Consiglio decise di retribuire anche il lavoro del ragazzo, nominandolo secondo postino del Comune.

Nel 1906 i dipendenti erano quindi dieci: il segretario comunale, un primo applicato, un secondo applicato, il cursore (ovvero messo comunale), due portalettere, due cantonieri effettivi e due avventizi. Nel 1907, a seguito di una nuova elezione amministrativa parziale, in Consiglio comunale entrarono per la prima volta anche due esponenti socialisti. Il programma della lista socialista prevedeva tra l’altro una maggiore diffusione dell’istruzione, con l’attivazione di corsi serali per la quarta e quinta elementare (che ancora mancavano), lo sviluppo della refezione scolastica e l’abolizione della tassa di famiglia (il cosiddetto “focatico”). Anche i cattolici presentarono una propria lista, che mandò in Consiglio ben sei dei sette candidati. Da segnalare che a quell’epoca molti dei consiglieri risiedevano stabilmente a Bologna.

Nel settore pubblica istruzione l’intervento dell’amministrazione comunale si fece più intenso, soprattutto dopo l’ingresso dei socialisti in Consiglio comunale, che ne avevano fatto un loro cavallo di battaglia. Nell’inverno 1907-1908 furono attivate le scuole serali, frequentate da più di 150 persone; l’inverno successivo il gradimento per le scuole fu alto a causa dell’opera “assidua ed efficace degli Insegnanti”. Nell’ottobre del 1910 venne attivata una classe quarta mista nel capoluogo, per «estendere e completare l’istruzione primaria» dei bambini «già prosciolti» dalla terza, che non potendosi dedicare ad alcun lavoro a causa dell’età, erano costretti a ripetere la terza classe.

Nel 1911 il Consiglio, approvando all’unanimità una proposta della giunta, decise di concorrere alla mutualità scolastica mediante l’iscrizione alla stessa degli alunni piu’ poveri e dei figli delle vedove bisognose che erano obbligati a frequentare le elementari. Un anno dopo, con l’approvazione del relativo Statuto, iniziò a funzionare il Patronato scolastico, istituzione «a totale vantaggio economico e morale degli scolari poveri».  Nel 1913 il Consiglio diede il via libera anche al progetto di costruzione di una nuova scuola a Villanova, da realizzarsi con un mutuo alla Cassa depositi e prestiti. Per i fanciulli più piccoli esisteva invece una scuola privata, diretta da Maria Merzari, vedova Badini, alla quale il Comune non mancò per anni di fornire il proprio sostegno finanaziario.

Al censimento del 1911 Castenaso contava poco più di 4.600 abitanti e non aveva impianto di illuminazione pubblica elettrica. La principale attivita’ industriale era la Baschieri & Pellagri che aveva 48 dipendenti.

Il primo novembre 1911 il farmacista Critofori trasferi’ improvvisamente il proprio esercizio a Bologna, lasciando il Comune di Castenaso sprovvisto del servizio, «con grave danno» degli amministrati. Il Consiglio deliberò a quel punto di impiantare una farmacia comunale nel capoluogo, ma dopo «lunghe pratiche» il servizio fu invece ripristinato da un privato, il dott. Achille Contedini. Dopo aver verificato che la sua nuova farmacia, con annesso ambulatorio, funzionava «colla massima regolarità, con molto decoro, e con grande vantaggio» della popolazione, l’Amministrazione comunale riconobbe a Contedini un contributo per le spese sostenute per l’arredo dei locali. La farmacia era insediata nella casa di fronte alla chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista (casa Bagnoli), e da allora e’ gestita dalla stessa famiglia. La sede (e la famiglia) si trasferi’ poi in quello che divenne, al suo completamento (1916), il palazzo sanitario in piazza di fianco al Comune, per poi spostarsi nell’attuale collocazione nel 1975.

Nel 1913 vi fu una dura vertenza al polverificio. I dipendenti chiedevano 25 centesimi di aumento delle paghe giornaliere. L’azienda licenzio’ tutto il personale ed assunse “i crumiri” che venivano protetti da un reparto di cavalleria stanziato a Castenaso. Tutta al popolazione solidarizzo’ coi lavoratori fino a quando la vertenza non si ricompose.

In quegli anni emergeva il problema della viabilita’, in considerazione dell’aumento del traffico, incessante anche di notte. Nel 1912 il consiglio comunale affido’ ad una commissione lo studio per un progetto per illuminazione di diverse vie, come richiesto «da molti abitanti». Nel 1914, per migliorare la «sicurezza della viabilità, seriamente e costantemente minacciata dalla velocità anormale colla quale molte automobili e motociclette» percorrevano le strade comunali, il Consiglio aggiunse al regolamento interno di polizia stradale il divieto di velocità superiore ai 20 km orari in molti tratti e l’obbligo del taglio delle siepi agli incroci.

Nel 1913, in seguito a frequenti casi di persone morse dai cani, che costringevano il Comune «a spese non indifferenti di cure antirabiche», il Consiglio adottò un apposito “regolamento comunale per la custodia e la circolazione” di questi animali. Sempre nel 1913 il Consiglio comunale diede il via libera anche alla costruzione di un nuovo cimitero a Villanova, un intervento reso necessario da «ragioni igieniche e di polizia mortuaria». Nel 1914 venne invece istituita una Commissione permanente d’igiene, in considerazione del «frequente bisogno di eseguire visite in localita’ ove vanno verificandosi inconvenienti contro l’igiene pubblica».

Alla vigilia della grande guerra, ciò che appare evidente, anche a Castenaso, è un nuovo protagonismo dell’istituzione comunale, sempre più presente nella vita dei cittadini.  L’amministrazione del Comune, tradizionalmente moderata, vide salire al governo della città, alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra, una giunta in maggioranza cattolica, contrapposta ad una minoranza socialista, nettamente neutralista. Le elezioni amministrative del 28 giugno 1914, che videro in tutta la pianura padana un’avanzata delle sinistre, confermarono a Castenaso il predominio dei liberali. Sindaco fu eletto il colonnello Alfonso Padiglioni, già assessore all’Istruzione e Viabilità della giunta Serrazanetti e presidente del Patronato scolastico. Alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia, Padiglioni, militare di carriera, venne richiamato ai propri doveri, lasciando la guida del Comune all’assessore anziano Aristide Possati. Nell’agosto 1916 il Consiglio accettò le dimissioni di Padiglioni e Possati divenne Sindaco a tutti gli effetti. A seguito di nuove elezioni, nell’agosto del 1917 Possati fu poi confermato nella carica, nonostante pesanti rilievi a carico della sua giunta, in cui sedevano il suocero ed un fratello di un esercente accusato di aver venduto frumentone (granoturco) ad un prezzo superiore a quello di calmiere.

Se l’edificio del comune era del 1896 (divenuto poi l’edificio delle scuole “Nasica”), negli anni del conflitto vennero realizzati il nuovo palazzo comunale (1915) e quello che a fianco divenne il palazzo Sanitario (1916) e anche le scuole di Fiesso (1916).  [tra gli anni 1918 e 1920 gli operai delle Officine del Genio ed i militari della connessa caserma vollero omaggiare con una borsa di studio il Tenente d’artiglieria Mario Moreno, deceduto per malattia in un ospedale da campo il 23 Ottobre 1918. A ricordo di cio’ venne posta, tutt’ora visibile, una lapide con mezzobusto nell’atrio delle scuole “Nasica”. nda]